


Per cucinare ci vuole coraggio. L’ho imparato nel corso della mia esperienza tra i fornelli, prima come ragazzo inesperto, poi come Chef.
Coraggio significa desiderio di osare. In un gioco di equilibri, la tecnica gioca un ruolo secondario. Non voglio essere frainteso: avere padronanza dell’aspetto tecnico in cucina è fondamentale per ottenere buoni piatti. Eppure non è mai la sola meccanica del lavoro a consentire di ottenere il livello di espressività che cerco in una ricetta.

Oggi posso dire che ci sono un pizzico d’arte, un pizzico di creatività, un pizzico di libertà dietro ciascuno dei miei piatti.
Se dovessi parlare al me sedicenne, appena approdato in cucina, pieno di dubbi e paure, gli direi di darsi tempo. Di non avere fretta e di non lasciarsi scoraggiare. Gli direi che troverà la fortuna più grande fuori da una cucina, e che un giorno avrà un ristorante tutto suo.

Cambiando la mia prospettiva sulle cose, ha cambiato anche il mio modo di intendere la cucina. Sono maturato e con me è cambiata la visione che avevo del cucinare. Siamo persone che non amano apparire, ma preferiscono essere ricordate. Ciò che posso fare per lasciare un segno è regalare emozioni con i miei piatti.
Il Menu a occhi chiusi racchiude questa mia idea. Conquistare la fiducia di chi sceglie il nostro ristorante con una sinfonia di sapori orchestrata al momento, basata sulle preferenze dei commensali sapientemente lette da Giada in sala. Creare qualcosa di unico, che ogni sera cambia.
La cucina per me è davvero questo: coltivare meraviglia, saper cogliere i dettagli, intessere trame di sapori. Ho imparato a raccontare storie con le mie ricette, storie che parlano di territorio, di emozione, di piccoli momenti di gioia.