


Per me, la scrittura è sempre stata passione e ossessione: un piccolo grande gesto creativo, spesso preliminare e funzionale all’atto stesso del cucinare. Un mezzo, un modo come molti altri per leggermi dentro e sublimare – nero su bianco – riflessioni, ispirazioni e sogni. Senza la scrittura a dare un logico ordine ai miei pensieri, il caos che spesso affolla la mia mente sarebbe ancora più denso e inestricabile. Pur essendo una delle mie grandi passioni, mi rendo conto che essa è parallela e – per certi versi – complementare al cucinare: dove non arrivano le mie parole, trovo pentole e fornelli a sorreggermi e, al contempo, mi sembra che ogni piatto o lavorazione assuma maggior completezza e pienezza se accompagnato da una puntuale comunicazione.
Da qui, il mio desiderio di riservare un piccolo spazio a questi miei pensieri. Un piccolo diario digitale, che possa permettere a chiunque lo desideri di addentrarsi ulteriormente nel mio mondo di impressioni ed espressioni, arrivando forse a comprendere meglio la mia filosofia ed etica culinaria.
Nel corso degli anni, ho imparato a riconsiderare il concetto di libertà – a me molto caro – arrivando a percepirlo come possibilità di pura espressione di sé, nel bene e nel male. In questa piccola rubrica cercherò di portarvi oltre la pura apparenza esterna, oltre l’ordinata fila di bottoni bianchi della casacca da chef, alla scoperta di sogni, ambizioni, successi, paure e disfatte, per una prospettiva inedita riflessa anche e soprattutto sul mio modo di cucinare.

Da quando ne ho memoria, ho sempre cucinato ciò che sentivo, e mi sono sempre rivisto e ritrovato in ciò che ho cucinato. L’amore per la cucina è un sentimento antico che mi è sempre appartenuto. Fin da bambino, il mio sogno era quello di diventare uno chef.
Mentre gli altri amichetti parlavano di superpoteri e mantelli da supereroe, io desideravo la giacca bianca e quell’alto cappello: il mio personalissimo modo per sentirmi “alto” e grande, rendendo felici i miei ospiti grazie alla mia fantasia e al mio fare.
Sperimentazione, crescita, fiducia e supporto reciproco. L’esperienza fatta nel mondo della ristorazione mi ha permesso di radicarmi ancor di più nelle mie emozioni, portandomi a capire che c’era un posto atto ad accogliere i miei sogni, i miei pensieri e la mia sensibilità, permettendomi di dar loro forme, profumi e colori concreti: la cucina.

In più occasioni, tra parenti e amici, mi sono definito cuoco emotivo: cogliendo piccole e molteplici suggestioni (una citazione, un quadro, un viso, un profumo), le processo e plasmo attraverso il filtro della mia curiosità ed emotività. Un primo approccio sicuramente impetuoso e intuitivo, al quale faccio seguire una fase di studio e metodo, volta a dare ordine e forma reale a ciò che mi ha ispirato ed emozionato.
Potrete dunque ben capire perchè, per me, il processo creativo sotteso ad ogni preparazione è ben più importante e caro dell’idea del piatto in sé. Tutto nasce da una sensibilità ed emotività – la mia – che chiede a gran voce di essere vista e riconosciuta nel solo e unico linguaggio in cui riesce realmente ad esprimersi: quello della cucina.